Sharbat Gula Una vita oltre una Foto - Alain Chivilò | Eventi Culturali | Art Musa
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Sharbat Gula Una vita oltre una Foto

di Alain Chivilò

© Alain Chivilò


Gli occhi, a livello artistico e di vita, possono essere un elemento percettivo, psicologico e vitale che può creare e determinare una differenza.

Il fotografo Steve McCurry (Filadelfia 1950) in un campo profughi del Pakistan nel 1984, vicinanze Peshawar, rimase colpito dall’enigma visivo che una bambina di 12 anni trasparì dal burka che le copriva il viso, ma non gli occhi.

Con l’aiuto del traduttore McCurry riuscì a convincere la ragazza a farsi fotografare. Sebbene lei fosse Pashtun con il divieto assoluto di mostrare viso e capo, ma soprattutto di non poter parlare con uomini non appartenenti alla famiglia, accettò dando vita a una delle immagine più iconiche del mondo. Nel 1985, mese di Giugno, lo scatto fu pubblicato come copertina nel National Geographic.

Per anni quella foto ha nascosto una vita con più lati negativi che positivi. Identificata successivamente come Sharbat Gula all’epoca della fotografia, nel campo profughi, studiava nella scuola di cucito della zona.

Diciotto anni dopo, 2002, Gula venne a conoscenza della celebrità del suo scatto quando Steve McCurry ritornò in Pakistan.

Biograficamente, Sharbat Gula rimasta orfana all’età di sei anni durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, era andata a piedi in Pakistan con i suoi fratelli e la nonna. Visse come rifugiata in Pakistan per 35 anni, all’età di 13 si sposò ed ebbe cinque figli. Uno morì in tenera età, una figlia morì di epatite C (BBC), come suo marito nel 2012 per la stessa causa.
Nel 2016, Gula ritornò in cronaca per essere stata imprigionata dopo aver ottenuto una carta d’identità falsa nell’aprile 2014 a Peshawar, dichiarando di essere nata in Pakistan, con il nome di Sharbat Bibi.
Questo documento sarebbe stato necessario ed utile a lei per svolgere una vita migliore, avendo maggiore libertà rispetto allo status di rifugiata.

Dietro a una foto esiste sempre una persona con la sua cultura, la sua religione, i suoi drammi, le sue gioie e le sue difficoltà. Per questo motivo una donna o un uomo ritratti devono essere sempre rispettati.
Gula stessa, in diverse interviste, indicò il disagio e l’imbarazzo suo e di suo marito per questa inattesa celebrità artistica e mediatica.

Il 12 dicembre 2017 fu pubblicata la notizia che “la ragazza Afgana” era proprietaria di una residenza, decorata a suo piacimento, nella capitale del suo nativo Afghanistan. La casa è un dono del governo afghano a Sharbat Gula, classe 1972, insieme a uno stipendio di circa 700 dollari al mese per le spese di soggiorno e cure mediche, in accordo a quanto dichiarò Najeeb Nangyal, portavoce del ministero delle comunicazioni afghano.

“Questa donna è un simbolo per gli afghani e anche un simbolo per il Pakistan. Il modo in cui stava passando davanti ai media del Pakistan sembrava un’umiliazione per il governo afghano: ecco questa donna che ha dovuto fuggire dal suo paese per il nostro. Il governo afghano ha risposto accogliendola con ostentazione. Il messaggio era: possiamo prenderci cura delle nostre persone” (da Heather Barr, Human Rights Watch).

Nell’ufficialità della comunicazione di quel periodo, come cronaca, a settembre il nipote del suo defunto marito, Niamat Gul, si lamentò con i media afghani che il governo non aveva pagato l’affitto. Nangyal, portavoce del governo, affermò che l’affitto e le spese di soggiorno erano state pagate da quando era tornata in Afghanistan. Quando ha richiesto una casa più tradizionale, ha affermato, è stata trasferita vicino al palazzo presidenziale fino a quando non è stata acquistata una casa permanente.

Nel 2021, con il ritiro delle truppe USA e Nato dall’Afghanistan, Sharbat Gula verrà nascosta, da come lo stesso McCurry ha indicato. Ad ogni modo i Talebani non le faranno nulla, dato che una loro azione contro la persona sarebbe una condanna a morte, oltre ad essere un atto estremamente vigliacco e di non conoscenza.
La Ragazza Afgana, Sharbat Gula: dietro una foto una vita. Pochi onori ma tanta e grande fatica e combattività.

di Alain Chivilò