Nino Migliori Molteplici Espressioni - Alain Chivilò | Eventi Culturali | Art Musa
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Nino Migliori Molteplici Espressioni

di Alain Chivilò

© Alain Chivilò

 

Nino Migliori (Bologna, 29 settembre 1926 –  ) è un fotografo sperimentatore che ha esplorato diverse forme espressive. Riunendo in un elenco i suoi cicli, ne ritroviamo ben tredici: Realismi/ Sperimentazione/ Muri e Manifesti Strappati/ Ritratti/ Polaroid/ Installazioni/ Esplorazioni-Materia/ Esplorazioni-Corporeità/ Esplorazioni Segno-Scrittura/ Tempo-Materia/ Dispositivi/ Imago Mentis/ Lumen. Abile artista e interprete della storia dell’arte, Nino Migliori ha saputo coglierne le tendenze per personalizzarle all’interno di una personale ricerca, retta sempre da altri contenuti. Senza addentrarmi in ulteriori disamine, lascio a voi la lettura della sottostante intervista.

Intervista effettuata il 24/7/2019 © Art Musa © Alain Chivilò

La fotografia è come la parola? A seconda dell’utilizzo può ferire, ma può salvare, può far gioire, può far emozionare?

Certamente. Credo che la fotografia, pur essendo un linguaggio visuale, sia molto vicina alla letteratura perché è narrazione. Può essere un racconto sintetico espresso con una singola immagine oppure svolgersi in una sequenza più o meno complessa fino ad arrivare al romanzo, in ogni caso suscita emozioni, accende stati d’animo.

Nella foto è possibile bloccare il tempo. È solo un inganno umano?

Questa è una domanda delle cento pistole. Il concetto del tempo è umano, è la cosiddetta quarta dimensione. Il fatto che la fotografia sia bidimensionale, azzerando anche la profondità, è un’ulteriore indicazione che sia una interpretazione della realtà, una sua trasposizione. Si può dire che blocca il tempo perché rappresenta e trasferisce quel centesimo, quel millesimo di secondo “nell’eternità” di uno scatto, ma la sua lettura è del tutto individuale, ogni fruitore la decodifica secondo la sua cultura e i suoi sentimenti di conseguenza si può dire che è ingannevole. Qui mi riallaccio alla tesi che la fotografia è “un’autentica bugia” come scrive Michele Smargiassi in un suo famoso saggio e che io già nel 1978 teorizzavo con il lavoro Segnificazione”.

Oggi, il bianco e nero può essere ancora per sempre?

Quando ho iniziato a fotografare il bianco e nero era di rigore anche perché ognuno di noi per partecipare ai concorsi che venivano indetti dalla Fiaf stampava personalmente le proprie fotografie. L’abilità nella stampa era un punto di orgoglio e di abilità stessa, in particolare quando si trattava di realizzare dei toni alti alla Cavalli o dei toni bassi alla Monti. Successivamente ho iniziato a usare il colore e i due tipi di rappresentazione mi hanno sempre accompagnato. Non ho una preferenza, né un’idea preconcetta, tutto dipende dal lavoro e dalle suggestioni che mi guidano, per esempio due recenti indagini sul paesaggio, Tataouine regione della Tunisia meridionale e Pieve di Cento paese della bassa bolognese, sono state realizzate la prima in bianco e nero e la seconda a colori.

Lumen, è fotografare in una visione dal sapore antico? Come si poteva vedere prima delle lampade a petrolio e dell’energia elettrica?

Nel 2006 Ivo Iori, preside della Facoltà di Architettura dell’Università di Parma, che dirigeva una preziosa collana editoriale per la facoltà, mi chiese un lavoro inedito da pubblicare. Pensai di realizzarne uno ad hoc e così il professore mi propose di fotografare il Battistero di Parma, gioiello di architettura medievale. Non sono un fotografo di architettura e così pensai di rappresentarlo sotto una luce nuova, anzi antica. Immaginai come agli inizi del Duecento le persone potessero vederlo dopo il calar del sole, di notte quando le fonti luminose erano costituite da candele e torce che facevano emergere dal buio circostante i particolari e le ombre li ridisegnavano creando forme inaspettate e forti suggestioni. Così è nato il progetto Lumen che successivamente si è arricchito di altri importanti soggetti come il Compianto di Niccolò dell’Arca, Ilaria del Carretto di Jacopo della Quercia, Il Cristo velato del Sanmartino.

Un muro è un testimone senza parole? Quale essenza?

Anzi, i muri parlano, raccontano. Li ho fotografati per quasi trent’anni seguendo tre filoni di narrazione. Ci sono quelli che mostrano il passare del tempo, sono quelli sgretolati, disgregati dalle piogge, che mostrano le ferite causate dall’incuria; ci sono quelli che sono il supporto delle scritte, quasi un diario pubblico, che esprimono emozioni, appartenenze, sentimenti, gioia e dolore, idee politiche delle persone che hanno sentito il bisogno di esprimersi pubblicamente lasciando la loro traccia e testimonianza; infine ci sono quelli che supportano i manifesti strappati legati anche al gesto dello strappo, della lacerazione fatta dal passante. Come dici tu sono testimoni ricchi di implicazioni personali e storiche.

Nei prossimi decenni forse la pellicola scomparirà, dando spazio al digitale. Con le nuove generazioni propense all’evoluzione tecnologica, cambierà anche la fotografia?

Una premessa partendo proprio dalla parola fotografia, scrittura di o con la luce: fin quando la luce sarà l’elemento necessario per fissare una immagine, che sia su pellicola o numerica o chissà quale altro supporto, si potrà parlare di fotografia. La fotografia nasce ufficialmente nel 1839, proprio quest’anno compie 180 anni, quando viene presentato il dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di Parigi. Nel corso di questi anni, prima del recente avvento del digitale, di evoluzioni tecnologiche ce ne sono state tantissime, ma non per questo si è smesso di chiamarla fotografia anche se è molto cambiata: per esempio chiamiamo reportage di guerra sia le fotografie di Fenton in Crimea che documentava i campi di battaglia dopo i combattimenti e quelle dei fotoreporter a noi contemporanei che invece agiscono durante gli scontri fianco a fianco dei combattenti. È cambiato anche l’utilizzo, è diventato un linguaggio che sostituisce la parola, infatti oggi nel mondo vengono effettuati 3 miliardi di scatti al giorno perché tutti abbiamo in tasca una macchina fotografica grazie ai cellulari che non solo sono in grado di fotografare ad alta definizione, ma essendo dotati di connessione possono inviare le fotografie ovunque in tempo reale. Pensa che cambiamento da quando per farne una si impiegavano minuti per farne una e giorni per poterla divulgare.

Il tempo dell’attesa e l’istante da cogliere sono un quid che può fare la differenza in fotografia?

Dipenda dalla situazione. Per un certo periodo negli anni cinquanta il punto di riferimento di noi giovani fotografi era Henri Cartier-Bresson e la sua poetica dell’attimo fuggente e se ti riferisci ad un mio lavoro di quegli anni, il tuffatore, certamente questo scatto rientra appieno in quel sentire. Ma spesso la differenza è legata al progetto, al racconto che abbiamo pensato di realizzare e che si concretizza quando incontriamo noi stessi senza attendere il momento magico.

Come evitare nel cadere in scatti dall’impostazione già esplorata da altri?

L’importante è aggiornarsi, conoscere, informarsi. A volte può capitare perché certi lavori risentono dello spirito del tempo, oppure ad una prima visione, formalmente possono sembrare delle copiature, ma la sostanza è diversa. E’ la cultura che fa la differenza.

Molte fotografi amano ritrarre persone dal volto vissuto, anziani, per una maggiore presenza. Spesso il migliore ritratto fotografico nasce anche dalla spontaneità che si può instaurare tra fotografo e soggetto. Quale soluzione migliore?

In generale credo che anche nel caso del ritratto non esista una regola predeterminata, in certi casi si attua una chimica positiva per cui non c’è bisogno di parlare, dare delle indicazioni perché tutto procede e si sviluppa in modo fluido, altre volte invece è necessario “dirigere”. Mi è anche capitato di scattare a vuoto fintanto che le persone non si sono abituate alla presenza dell’apparecchio fotografico il che ha prodotto un atteggiamento disinvolto e naturale.

Un progetto da compiersi ancora per Nino Migliori?

Diversi sono i lavori in cantiere, perché mentre ne sto realizzando uno me ne viene in mente un altro e così sospendo il primo per verificare la fattibilità del secondo, poi incontro una situazione che mi spinge a fotografarla e nel frattempo mi viene chiesto di partecipare a un progetto e così mi trovo sempre a muovermi su più livelli passando dall’uno all’altro. Insomma i progetti aperti sono sempre tanti, avrei bisogno di qualche decennio per realizzarli tutti.

Intervista effettuata il 24/7/2019 © Art Musa © Alain Chivilò

Nino Migliori dx, Alain Chivilò sx, Bologna 2019